Da Bologna a Bologna: la rinascita del Napoli firmata Conte

Dal Bologna al Bologna: dal Napoli più fragile della stagione a quello che, probabilmente, rappresenta il punto più alto dell’era Conte. A Riad la squadra partenopea conquista la terza Supercoppa Italiana della sua storia, al termine di una prestazione di altissimo livello. Un successo tutt’altro che scontato, soprattutto contro un Bologna che pratica uno dei migliori calcio d’Italia e che in semifinale aveva dimostrato, contro l’Inter, di poter competere con chiunque. E invece la finale si è rivelata quasi a senso unico: il 2-0 finale non rende pienamente l’idea della netta superiorità mostrata dal Napoli sul campo. I meriti vanno ai giocatori, a un David Neres semplicemente incontenibile, ma soprattutto ad Antonio Conte. Un allenatore che, nel momento più complicato della stagione e alle prese con una lunga lista di infortuni, è riuscito non solo a reggere l’urto, ma addirittura a rendere la squadra più forte.
Dalla sconfitta alla vittoria con il Bologna
Alla vigilia della finale, in molti avevano ricordato quanto accaduto lo scorso 9 novembre al Dall’Ara. In quell’occasione, nell’undicesima giornata di campionato, il Napoli era stato nettamente sconfitto dal Bologna. Un 2-0 senza appello, con la squadra di Vincenzo Italiano padrona del campo e i campioni d’Italia incapaci di creare veri pericoli, nemmeno contro il giovanissimo Pessina, portiere classe 2007 entrato per l’infortunio di Skorupski. I gol di Dallinga e Lucumí avevano lanciato il Bologna in alto in classifica e lasciato nel Napoli una ferita profonda, tanto che dopo quella gara Conte si era lasciato andare a uno sfogo durissimo (“Non ho voglia di accompagnare un morto”) e in molti parlarono di crisi e di un possibile punto di non ritorno. Nessuno poteva immaginare che proprio da lì stesse nascendo il Napoli che avrebbe poi dominato il Milan e, infine, lo stesso Bologna in Supercoppa.
Un Conte camaleontico
Conte ha dimostrato ancora una volta la sua grande qualità: la capacità di adattarsi. Non è un allenatore legato a un solo modulo, ma uno che costruisce la squadra sulle caratteristiche dei giocatori a disposizione. E in questa stagione, segnata da continui infortuni, lo ha fatto più volte. Ha dovuto rinunciare a pedine fondamentali come Lukaku, De Bruyne, Anguissa, Gilmour e Meret, giocatori che sarebbero titolari in quasi tutte le squadre di Serie A. Dopo aver archiviato il 4-3-3 (già adattato rispetto al precedente 4-1-4-1), Conte è passato al 3-4-3, trovando un Napoli più compatto, solido e allo stesso tempo micidiale in attacco. Il nuovo sistema ha rilanciato Lang e soprattutto Neres, l’uomo simbolo della finale, e ha dato a Højlund un ruolo chiave: quello di attaccante capace di rompere gli equilibri e aprire le difese avversarie.
La fatica del Bologna
Una reazione forte, quasi rabbiosa, che a Riad è stata premiata con un trionfo netto. Ha vinto la squadra più forte, ma nulla era scontato, anche perché il Bologna di Italiano si è guadagnato negli ultimi mesi grande rispetto. È una squadra che prova sempre a comandare il gioco, contro chiunque, grazie alle idee di un allenatore capace di spingere i suoi uomini oltre i limiti. Proprio per questo ha sorpreso vedere i rossoblù messi alle corde, senza reali possibilità di reagire. Italiano, per una sera, non è riuscito a incidere. Conte invece è salito in cattedra, supportato da una squadra praticamente perfetta: solida in difesa, aggressiva, continua nell’attacco.
Decimo trofeo per Conte
Con la vittoria di Riad, Conte raggiunge la doppia cifra di trofei da allenatore. Due di questi sono arrivati in un 2025 da ricordare a Napoli e gli valgono un posto importante nella storia del club. Il suo palmarès ora conta cinque Scudetti (tre con la Juventus, uno con l’Inter e uno con il Napoli), tre Supercoppe Italiane (due con la Juventus e una con il Napoli), una Premier League e una FA Cup con il Chelsea.