La storia del grande Mourinho: le tappe Inter e Roma
“Volevo fare la storia” dice lo Special One nel suo nuovo documentario su Netflix. Ce l’ha fatta, scrivendola anche con due squadre ormai nel suo cuore

C’è una frase che sintetizza più di tutte il percorso di José Mourinho: “Volevo fare la storia e nessuno mi avrebbe ostacolato”. È da questa ambizione che parte il documentario Netflix dedicato allo Special One, un viaggio che comincia a Setubal e attraversa le tappe che hanno trasformato un giovane allenatore portoghese in una delle figure più riconoscibili della storia del calcio. Mourinho racconta un mondo nel quale per un tecnico era quasi obbligatorio essere stato prima un grande calciatore e spiega quanto fosse complicato entrare in quella cerchia esclusiva. Ma la sua fame era diversa e la carriera gli ha dato ragione: “Non si fa un documentario su un allenatore che non ha vinto niente. Io sono nato nel calcio, lo vivo ogni giorno della mia vita e senza di esso mi sentirei incompleto. Cosa si prova a vincere? Per me è normale, vinco da una vita”. Nel documentario c’è spazio anche per gli oggetti che raccontano il suo percorso: i trofei, gli scarpini di Maradona, la prima maglia di Cristiano Ronaldo e quella gigantografia davanti alla quale Mourinho pronuncia una frase altrettanto significativa: “Special One? Non mi ci sono mai sentito”.
Il capolavoro all’Inter
A Milano la carriera di Mourinho cambia definitivamente dimensione. Moratti lo sceglie dopo essere rimasto colpito dall’affetto che l’ambiente nerazzurro gli aveva riservato: “Ero rimasto impressionato dall’amore del pubblico verso Mourinho e decisi che lo dovevo prendere assolutamente perché è un fenomeno”. Il primo anno è già vincente, ma il portoghese vuole di più. La Champions diventa il vero obiettivo e l’estate porta con sé la partenza di Ibrahimovic. In molti pensano che l’Inter abbia perso il proprio punto di riferimento, ma Mourinho aveva già pianificato il passo successivo. Zanetti svela la conversazione decisiva con Moratti: “José va da Moratti e gli dice: ‘se prendiamo cinque giocatori, vinciamo la Champions’”. Il presidente si fida: “Volevo farlo sentire al sicuro e protetto e così lo accontentai”. Da quella scelta nasce la squadra del Triplete.
Il percorso europeo assume presto i contorni di una vera epopea. Il Chelsea è il primo grande ostacolo e Mourinho non nasconde che la motivazione personale sia fortissima: “Giocavo contro Abramovich, non contro i ragazzi del Chelsea. Era una sfida tra me e lui. So quanto amasse il Chelsea e per questo volevo vendicarmi. Il calcio appartiene a persone come me, gli altri sono solo degli intrusi. Il calcio è dei giocatori, degli allenatori e dei tifosi e apparterrà per sempre a noi”. Poi c’è il Barcellona, il club che conosce bene e dal quale è partito il suo percorso verso la consacrazione. Il Camp Nou diventa un luogo di resistenza e Mourinho prepara i suoi giocatori a una guerra sportiva: “Gli ho detto che non si trattava di una partita ma di resistere ad una guerra, ad un assedio”. L’Inter supera l’ostacolo e Mourinho celebra quella notte con parole che ne riassumono perfettamente il significato: “Il calcio è tribale. Si soffre e si dà tutto. E noi lo facemmo fino alla fine. Fu una partita bellissima, un momento epico, magico”.
E c’è anche il confronto con Guardiola e Ibrahimovic, accompagnato da una delle frasi più provocatorie del portoghese: “Vincere così, in superiorità numerica, è facile. Ma non vincerete”. L’Inter invece vince davvero. Arriva la Champions, arriva il Triplete e arriva anche l’addio. Mourinho aveva deciso da tempo di andare al Real Madrid: “Avevo già deciso di andare via. Volevo vincere in paesi diversi e volevo andarmene perché volevo il Real Madrid. All’Inter ho trovato amore, rispetto, una squadra disposta a seguirmi ovunque. Ma il mio desiderio è stato più forte”. Il club spagnolo teme un ripensamento e prova ad anticipare la firma: “Mi chiesero di firmare il contratto la notte prima della finale ma rifiutai per rispetto”. Dopo la vittoria, il tecnico evita deliberatamente il ritorno a Milano: “Sono scappato dalle mie emozioni, se fossi salito su quell’aereo sarei rimasto nerazzurro e non volevo perché avevo deciso. Il lavoro all’Inter era finito”.
Cuore giallorosso
Se l’Inter rappresenta la vittoria assoluta, la sua opera massima, Roma è stato invece l’apice della sua dimensione emotiva. Mourinho arrivò nella Capitale sapendo che la rosa non aveva il potenziale per puntare alla Champions League, ma individuò un obiettivo raggiungibile e riuscì a trasformarlo in un’impresa. La Conference League del 2022 assume così un significato particolare nel suo racconto: “Quello che ho fatto al Porto a inizio carriera l’ho rifatto alla Roma tre anni fa. Sapevo che lì non avrei mai potuto vincere la Champions ma mi sono sentito amato profondamente e la vittoria della Conference è stato un piccolo miracolo. Piccolo, certo, perché i grandi li fa solo Gesù Cristo. Nel mio lavoro gli obiettivi sono legati al potenziale e quegli obiettivi io li raggiungo. La mia carriera mi ha regalato il diritto alla felicità e a Roma sono stato felice”.
In queste parole c’è forse la sintesi più completa del Mourinho uomo. Perché il suo curriculum è fatto di Champions, campionati, coppe e Triplete, ma la felicità che racconta parlando della Roma nasce soprattutto dal rapporto con l’ambiente. E in quasi ogni ambiente in cui è stato Mourinho ha lasciato un segno indelebile. Comprese due piazze italiane che non lo dimenticheranno mai.