Tim Payne, Nuova Zelanda, Mondiali

Mondiali 2026, il curioso caso di Tim Payne: da sconosciuto a fenomeno social

Deve ancora giocarsi la prima gara ufficiale, eppure i Mondiali 2026 hanno già la prima storia da copertina: chi è Tim Payne
Michele Cerrotta
Tim Payne, Nuova Zelanda, Mondiali (Photo by Megan Briggs/Getty Images)

Deve ancora giocarsi la prima gara ufficiale, eppure i Mondiali 2026 hanno già la prima storia da copertina: chi è Tim Payne

Tim Payne, Nuova Zelanda, Mondiali
Tim Payne, Nuova Zelanda, Mondiali (Photo by Megan Briggs/Getty Images)

La sua nazionale esordirà soltanto nella notte italiana tra 15 e 16 giugno contro l’Iran, eppure Tim Payne, terzino destro della Nuova Zelanda, è già inevitabilmente un uomo copertina di questi Mondiali 2026. Con la sua squadra affronterà oltre agli iraniani l’Egitto e il Belgio: il rischio di non portare a casa nemmeno un punto è alto. Ma Payne il suo Mondiale l’ha già vinto e senza neanche muovere un dito. Tutto merito di un ragazzo nato nel 2004. E che con Payne non ha nulla a che fare.

La carriera

Tim Payne è nato ad Auckland, in Nuova Zelanda, e ha sviluppato la sua sua carriera tra la propria terra e l’Australia. Di ruolo fa il terzino destro, ha 32 anni e con la sua nazionale può vantare 51 presenze e 3 gol, bottino che spera di aumentare ai Mondiali 2026. Non è un eroe da scoprire per un club europeo: la sua chance l’ha già avuta nel 2011, quando fu protagonista di un ottimo Mondiale Under 17 e fu segnalato da un compagno di squadra, Ryan Nelsen, che allora era tesserato per il Blackburn. Il club portò il giovane terzino in Inghilterra, per permettergli di confrontarsi in Premier League. Un sogno che però non potè mai realizzare non riuscendo a ottenere il permesso di soggiorno: dopo due anni di stop forzato Payne tornò così in Nuova Zelanda, cercando di rilanciare la carriera seppur lontano dai palcoscenici che aveva sognato. 

El Scarso: il momento che cambia tutto

Quando Tim Payne lasciò l’Inghilterra per tornare in Nuova Zelanda Valen Scarsini non era altro che un bambino. Aveva sette anni, viveva in Argentina con la famiglia e non poteva neanche lontanamente immaginare che un giorno sarebbe diventato un content creator con il nickname di El Scarso. Oltre due milioni di followers che una settimana fa sono stati indirizzati tutti verso il terzino trentaduenne della Nuova Zelanda che quasi nessuno conosceva. Con questo messaggio: «Mancano pochi giorni ai Mondiali e noi tutti non vediamo l’ora di tifare per la nostra squadra, ma se ci fosse un giocatore che ci unisca tutti, uno per cui fare il tifo a prescindere dalla nazionalità? Ho cercato tra tutte le nazionali che partecipano alla Coppa del Mondo alla ricerca del meno conosciuto, li ho analizzati uno per uno e l’ho trovato. Gioca nella Nuova Zelanda, Gruppo G, e si chiama Tim Payne. Non arriva nemmeno a 5.000 followers. Facciamo dei video che alimentino la sua leggenda. Se fate l’album dei Mondiali, postate una foto con la sua figurina. L’obiettivo è vedere quante persone lo conosceranno prima che le partite inizino». 

Meglio degli All Blacks

Il gioco convince followers e non, anche grazie al rilancio del produttore discografico argentino Bizarrap, l’uomo dietro gli album di Shakira, che posta No Payne, no gain giocando con le parole e fa sì che il video originale superi i 16 milioni di visualizzazioni. Tim Payne diventa così l’uomo sulla bocca di tutti, in un giorno arriva a oltre un milione di followers, oggi è a 5.4 milioni. Un dato straordinario, 40 volte più alto della sua Nuova Zelanda e 30 volte più alto di Chris Wood, leggenda, capitano e bomber della nazionale. Ma, soprattutto, il doppio degli All Blacksdi rugby, un’istituzione in Nuova Zelanda.

L’incontro

Dopo quanto accaduto, El Scarso ha voluto incontrare Payne e lo ha fatto sul suolo statunitense dove è in ritiro la Nuova Zelanda, a Boca Ratón in Florida. Il terzino ha spiegato: «Questa cosa la sto ancora elaborando, è incredibile, ti ringrazio per averla messa in piedi. Ovviamente è un bene per me e per il calcio del mio paese, ma allo stesso tempo non mi cambierà. Resterò la stessa persona e continuerò a fare quello che so fare, provare a giocare bene a pallone rappresentando il mio paese». E, al netto di tutte le riflessioni sulle implicazioni che dare tutta questa visibilità a comando potrebbero comportare, ai Mondiali 2026 c’è già una storia che vale la pena racontare e che solo una competizione simile sa regalare.

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