L’Italia crolla a Zenica: ma la Bosnia era davvero un avversario insidioso?

Il crollo azzurro ai rigori non è solo un verdetto sportivo, ma la fotografia del declino di un intero movimento: sebbene l'Italia paghi la negligenza dei club verso i vivai e un'invasione di stranieri in ogni categoria, l'analisi della rosa di Gattuso conferma che il divario tecnico con la Bosnia era abissale
Giordano Grassi
La delusione dei giocatori dell'Italia (Photo by Claudio Villa - FIGC/FIGC via Getty Images)

Il disastro di Zenica certifica il fallimento totale di un sistema calcio che ha smesso di investire sul proprio patrimonio. La gestione dei vivai italiani è ormai un deserto tecnico, dove rarissime eccezioni non bastano a colmare un vuoto strutturale drammatico. La presenza massiccia di calciatori stranieri, che dominano non solo la Serie A, la B e la C, ma persino i campionati giovanili, ha tolto l’ossigeno necessario alla crescita dei talenti nostrani. Economicamente, i club preferiscono l’usato sicuro estero alla scommessa interna, lasciando la Nazionale povera di quella “fame” che storicamente compensava ogni lacuna. Ma il dato più inquietante è che, nonostante questa crisi sistemica, l’Italia schierava una rosa che, per curriculum e valore di mercato, avrebbe dovuto battere agevolmente la Bosnia.

Italia-Bosnia, un confronto tecnico senza storia

Se analizziamo i nomi uno per uno, la superiorità italiana appare schiacciante sotto ogni punto di vista. In porta, Donnarumma resta un profilo d’élite mondiale, un gigante rispetto al pur onesto Vasilj. La difesa azzurra poteva contare sulla fisicità di Mancini e sull’esperienza di Bastoni, supportati da un elemento di caratura internazionale come Calafiori, punto di forza dell’Arsenal di Arteta. Un pacchetto arretrato non minimamente paragonabile a quello bosniaco, che poggiava sul solo Muharemovic del Sassuolo (finito nel mirino di Juve, Milan e Inter). Inoltre, la corsa e la qualità di Dimarco e Politano — con opzioni di lusso in panchina come Palestra, Spinazzola e Cambiaso — avrebbero dovuto garantire un dominio totale sulle corsie esterne.

Italia, chi doveva fare la differenza

A centrocampo il divario era altrettanto netto: interpreti come Barella, Tonali e Locatelli compongono un reparto che potrebbe tranquillamente fare la differenza in Champions League. Di contro, la mediana bosniaca si è retta sulla sola grinta di Tahirovic, ex “scarto” della Primavera della Roma, per giunta entrato solo a gara in corso. Anche in attacco il confronto è impietoso: l’Italia ha schierato la strapotenza fisica e il fiuto del gol di Kean, oltre a Retegui, inevitabilmente sacrificato dopo l’espulsione di Bastoni. Gattuso aveva inoltre a disposizione la classe di Raspadori e l’imprevedibilità di Esposito, profili in grado di cambiare l’inerzia di una partita in qualsiasi momento. La Bosnia, invece, si è aggrappata quasi esclusivamente all’infinito Edin Dzeko e ai guizzi di Demirovic, con rotazioni decisamente meno profonde. Al netto della prolungata inferiorità numerica, uscire ai rigori contro una squadra oggettivamente inferiore trasforma il dato tecnico in un’aggravante: non è mancata la qualità dei singoli, ma la capacità di tradurre quella superiorità in un’identità vincente.

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