Viva lo Zar! Addio a Igor Protti: il bomber che mise tutti d’accordo
Il calcio italiano perde uno dei suoi simboli più genuini e amati. Igor Protti se n’è andato a 58 anni, dopo una battaglia silenziosa contro la malattia, lasciando un vuoto che attraversa l’intera penisola. Perché la forza di Protti è stata proprio questa: lasciare un segno indelebile in ogni piazza in cui ha giocato. A Rimini, dove tutto è cominciato. A Messina, dove lo amavano al punto di chiamarlo “il nostro Igor”. A Bari, dove è diventato lo Zar di un popolo intero. A Napoli, in un anno difficilissimo, dove ha indossato l’ultimo numero 10 in Serie A prima del ritiro in onore di Maradona. Alla Lazio, segnando un derby al 90°. A Livorno, dove è stato e resterà il Re. Nato a Rimini il 24 settembre 1967, Protti è stato l’ultimo bomber popolare, capace di legare il proprio nome a maglie non sempre prestigiose ma a tifoserie sterminate, fino a conquistare nel 2007 una doppia cittadinanza onoraria a Livorno e Bari. Più di 250 gol in vent’anni di lotta nelle aree di rigore italiane, un primato condiviso con il solo Dario Hübner — capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C1 — e una signorilità d’altri tempi che chiunque lo abbia incrociato ricorda con identica gratitudine.
Da Rimini al Messina: la gavetta di un futuro Zar
La storia di Protti comincia nei campi di periferia di Rimini, dove un ragazzino esile ma fulmineo accompagna il padre in cantiere pur di guadagnarsi un pallone. Esordisce in Serie C1 a sedici anni con la maglia della sua città, mandato in campo da Beppe Materazzi nel derby con la Spal del 27 maggio 1984. Il Milan lo nota e decide di farlo crescere a Livorno, in C1: tre stagioni amaranto, dodici gol, e una salvezza firmata personalmente contro la Vis Pesaro. Già in quella prima esperienza toscana c’è un dettaglio destinato a diventare aneddoto: in rosa con lui gioca un giovane Massimiliano Allegri.
Dopo un anno alla Virescit Bergamo, arriva il Messina, dove Protti raccoglie addirittura l’eredità di Totò Schillaci. Tre stagioni in cadetteria, 31 reti complessive e un legame profondissimo con la tifoseria giallorossa. Quando la retrocessione e i problemi finanziari costringono la società a venderlo, accetta solo per salvare il Messina dal fallimento. Direzione Bari, sette miliardi di lire sul piatto.
Bari, l’incoronazione: capocannoniere in una squadra retrocessa
A Bari, Protti scrive una delle pagine più singolari del calcio italiano moderno. Due stagioni in cadetteria, una promozione conquistata pur dovendo superare un grave infortunio al ginocchio, poi l’esplosione definitiva. Nel 1995-96, sostenuto anche dalla fisicità del centravanti svedese Kenneth Andersson, Protti firma 24 reti e conquista il titolo di capocannoniere della Serie A insieme a Beppe Signori. Doppiette memorabili — su tutte quella alla Cremonese rimontata 2-1 — colpi di testa, conclusioni di sinistro e di destro, acrobazie da centravanti vero. Un attaccante completo, tecnico, generoso.
Il paradosso, però, brucia. Il Bari retrocede ugualmente, e Protti diventa l’unico capocannoniere nella storia della Serie A appartenente a una squadra finita in B. Un primato amaro mai più ripetuto. I tifosi pugliesi non lo dimenticheranno mai: a Bari ci sono bambini chiamati Igor in suo onore, alcuni con lui stesso come padrino. Sulla curva nord uno striscione perpetua il suo nome. Il soprannome “Lo Zar” nasce proprio qui, nel capoluogo legato alla Russia attraverso il culto ortodosso di San Nicola.
Lazio, Napoli e Reggiana: gli anni grigi tra grandi e medio-piccole
Dopo Bari, la carriera di Protti conosce una fase più opaca. La Lazio di Zeman lo accoglie, ma la coesistenza con Signori e il sistema del boemo non valorizzano le sue caratteristiche: appena sette reti in 27 presenze. Resta però una notte indelebile, quella del derby del 4 maggio 1997, quando il suo gol in extremis fissa l’1-1 contro la Roma. Anche l’Inter lo aveva quasi preso, ma il mancato addio di Iván Zamorano fece saltare tutto. Segue un prestito a Napoli, dove la squadra retrocede tra le difficoltà economiche più nere della propria storia recente: sei gol per Protti, ma soprattutto la firma sull’ultima rete in Serie A con la maglia numero 10 partenopea prima del ritiro in onore di Maradona. Anche la Reggiana, in B, vive un’annata storta: otto gol non bastano a evitare la C1. Pure la Nazionale resta un sogno incompiuto: nel ’96 Sacchi lo escluse dall’Europeo, insieme a Roberto Baggio e Signori, per privilegiare Enrico Chiesa.
Livorno, l’apoteosi: il Re torna a casa
Nel 1999 Igor torna a Livorno, in C1, undici anni dopo la prima esperienza amaranto. Qui la carriera trova la propria consacrazione definitiva. Capocannoniere di C1 nel 2000-2001 e nel 2001-2002 (con 27 gol), trascina la squadra in Serie B dopo trentun anni di assenza. Nel 2002-2003 conquista anche il titolo di capocannoniere della cadetteria con 23 reti, completando il leggendario triplete personale. La stagione successiva, in tandem con un Cristiano Lucarelli capace di firmare 29 gol, riporta il Livorno in Serie A dopo cinquantaquattro anni.
Chiude la carriera nella massima serie a 37 anni, lasciando la fascia di capitano proprio a Lucarelli. La sua ultima partita, Livorno-Juventus 2-2, è anche l’occasione dell’ultimo gol. Il 21 dicembre 2005, contro il Milan, il Livorno ritira la sua maglia numero 10. Diventato dirigente, ha continuato a servire i colori amaranto fino al 2023. Restano i suoi gol, la sua signorilità, l’impegno con l’Unicef e il volontariato. Resta il ricordo di un attaccante che ha fatto della fatica, dell’onestà sportiva e della popolarità senza filtri la sua firma più indelebile.